Il traduttore come mediatore culturale

 Desidero iniziare il mio blog con una breve riflessione in merito all’attività del traduttore. Mi occupo di traduzioni da molti anni e spesso mi trovo a dover spiegare “ai non addetti ai lavori” la complessità del lavoro del traduttore, un lavoro che mi ha preso l’anima dal primo momento che ho tradotto la prima parola tedesca a scuola… se non sbaglio nel lontano 1983.
La parola tradurre deriva dal latino trans + ducere, che significa condurre al di là. Amo molto questa antica definizione, suggerisce qualcuno che ti prende per mano e ti accompagna in un’altra dimensione, in un universo nuovo e ignoto, alla scoperta di mondi lontani ed inesplorati. E proprio questo è il compito del traduttore: egli è un ponte che ti aiuta ad attraversare. E’ un faro nella notte che illumina la strada e conduce in altre realtà, svelando segreti e sfumature di culture all’apparenza impenetrabili. La mia sembra una definizione romantica di questo professionista, soprattutto in un’era in cui tutto è tecnologizzato, dove vige la globalizzazione e si ha la presunzione di sostituire la mente umana con i traduttori automatici. Ma può qualsiasi traduttore automatico contenere in sé tutte le conoscenze che possiede un traduttore? Cosa distingue un traduttore da una macchina? Non basta conoscere il lessico di una lingua per tradurre un testo in modo adeguato. Il traduttore è un decodificatore, un esperto di comunicazione, egli stesso lettore e contemporaneamente autore, sempre in preda alla lotta fra soggettività e fedeltà al testo. Il traduttore conosce alla perfezione la grammatica delle lingue di lavoro ed è consapevole che le categorie grammaticali non sono universali, ma sono solo convenzioni con cui noi descriviamo la realtà circostante. Conosce la sintassi, le figure retoriche, i registri linguistici, la storia e la cultura del suo paese. Studia filologia, glottologia e legge continuamente testi relativi ai suoi ambiti di specializzazione. Deve tener conto, inoltre, di aspetti di traduttologia importanti durante il suo lavoro, quali la fedeltà al testo, la traducibilità, e soprattutto deve essere consapevole che tradurre significa effettuare delle scelte, sacrificando sempre qualcosa. Per dirla con Umberto Eco, il traduttore dice “quasi la stessa cosa in un’altra lingua”.
Fatta questa premessa, desidero ricordare che in questo blog non mi occuperò solo di questioni traduttive e linguistiche, ma cercherò di trattare tematiche culturali e filologiche, nonché problematiche relative alla didattica delle lingue. Il mio obiettivo principale è quello di sviluppare nei lettori una sensibilità linguistica e avvicinarli alla comprensione dell’importante compito cui si sente chiamato il traduttore: mediare fra due culture.

Autrice: Barbara Meneghetti
Tutti i diritti sono riservati

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